Ep. 8 – La guerra di Fabrizio

E’ stato detto e scritto da più parti che chi fa un mestiere creativo mette in scena i suoi demoni interiori, e li esorcizza. Per Fabrizio De André fu sempre così. Si omaggia e si celebra all’infinito quello che è forse il più amato dei nostri grandi cantautori, trasformandolo nell’icona senza tempo di un poeta, nella statua di un artista di prima grandezza. E trascurando il fuoco vitale che muoveva la sua scrittura, la sua musica. Faber i demoni addosso ce li aveva, si chiamavano conflitti con se stesso. Lo scuotevano nel profondo. Lo mettevano di fronte alla sua inadeguatezza. Fabrizio aveva due demoni: quello giovanile degli occhi asimmetrici. E quello che gli si sedette a calvacioni fino a quasi la fine della sua vita: avere l’animo anarchico ma provenire da una famiglia benestante e altro borghese.

De André risolse la prima questione con una pettinatura che lasciava scendere un lungo ciuffo sull’occhio di cui si vergognava. E la seconda, trasformando in scrittura e canzone tutto ciò che non lo faceva stare in pace con il mondo. Era figlio di uno dei top manager dell’Eridania, e suo padre era pure uno dei soci dell’etichetta discografica che stampò le sue prime uscite su vinile. Figlio di papà. Proprio lui, che odiava i privilegiati, gli arrivati ancora prima di partire, che sulla scorta della lezione anarchica di chansonnier come Brassens e Ferré (poi sarebbe arrivato Dylan) amava far esplodere le contraddizioni della vita cosiddetta perbene, “normale”. Per questo si rintanava lontano dalla villa di famiglia, bottiglia, sigaretta e chitarra in mano, tra i vicoli più meticci, pericolosi e avventurosi della sua Genova. Fra contrabbandieri, prostitute, omosessuali, ladri e travestiti. Il lato oscuro della vita in cui annegava il Faber perbene che detestava, già giovane padre e dirigente scolastico, ancora una volta grazie alla figura dell’ingombrante genitore.

Cantore degli ultimi, degli esclusi, di coloro che subiscono gli abusi del potere e della morale, Fabrizio risolse in splendida musica e testi inarrivabili la sua guerra personale. Riuscendo (alla faccia dei trapper trasgressivi di oggi, da Sfera a Lauro) a farsi denunciare e censurare ancora giovanissimo. Nella sua “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers” scritta a quattro mani con l’amico Paolo Villaggio, osava includere le parole “puttane” e “gran faccia da culo” in un testo che parodiava la musica rinascimentale. E finì in tribunale. In “La città vecchia”, in cui attraverso i vicoli bui e odorosi di Genova raccontava l’Italia e l’eterno conflitto tra la luce dei ricchi e l’oscurità degli esclusi, faceva il ritratto di un professorone che si dava arie moraliste chiamando “specie di troia” la prostituta che lo sottometteva negli incontri notturni, prosciugandogli lo stipendio e conoscendone i segreti inconfessabili.

Non aveva paura di niente, Faber, sempre in direzione ostinata e contraria, sempre oltre le verità ufficiale, e sempre con il suo demone addosso. Le origini altoborghesi, il rapporto irrisolto col padre annegato nell’alcol che se da una parte, come disse, gli dava una “immaginazione sbrigliata” dall’altra lo rendeva pieno di rabbia e offensivo anche con le persone che più gli volevano bene. Fu il padre, sul letto di morte, a strappargli il giuramento che l’avrebbe piantata con l’alcol. Lo promise e lo fece. Mentre i suoi polmoni si ammalavano, Faber recuperava il rapporto con i figli, portandoli con sé sul palco dell’ultimo tour, e scriveva alcune delle pagine più belle e profonde della sua epopea musicale. Non era più il ‘figlio di’ e nemmeno il re dei cantautori, il poeta novecentesco e la guida intellettuale. Era solo voce e suono, pronto a vagare “a forza di essere vento”. E quel vento è nelle orecchie e nel cuore di chi si riconosce nelle storie che ha cantato. Proprio come dovrebbe essere la musica di tutti quelli che vogliono fare sul serio, lasciando da parte le pose facili. Da qui la domanda che Faber ci lascia: cosa vuoi fare della tua creatività?

SPOILER РEra un figlio complessato e rifiutato anche un altro grandissimo cantautore. Il pianoforte era il suo confessionale e la sua consolazione, tra la follia e gli abusi. Questa ̬ la storia di Elton, la racconteremo la prossima volta

Cristiano Sanna Martini [“Musicista (Elora, Tancaruja, Signor Palomar e varie collaborazioni). E giornalista: in passato ha scritto per L’Unione Sarda, Il Sole 24 Ore, Cineforum, Rockstar, Duel, Lettera 43. Un po’ di tv e molta radio. Ma ora è Web e social, bellezza. E dunque: Tiscali News. Su Twitter diventa @Crikkosan”]